Quando parliamo di emozioni, spesso pensiamo a stati emotivi immediati e universali come paura, tristezza, rabbia o gioia.
Se vuoi approfondire questo tema, puoi leggere anche l’articolo dedicato al riconoscimento delle emozioni primarie: Riconoscere le emozioni: capire cosa proviamo.

Ma il mondo emotivo umano è molto più complesso.

Accanto alle emozioni di base esistono infatti emozioni più articolate, profondamente influenzate dalla nostra storia personale, dalle relazioni e dal modo in cui impariamo a vedere noi stessi attraverso lo sguardo degli altri.

Cosa sono le emozioni secondarie?

Le emozioni secondarie nascono dalla combinazione delle emozioni primarie e si sviluppano attraverso l’esperienza personale, l’educazione e le relazioni sociali.

Tra queste troviamo:

  • vergogna
  • gelosia
  • senso di colpa
  • orgoglio
  • nostalgia
  • rimpianto
  • delusione
  • ansia
  • speranza
  • invidia

Sono emozioni profondamente legate all’immagine che abbiamo di noi stessi e al modo in cui pensiamo di essere visti dagli altri.

Quando iniziano a svilupparsi le emozioni secondarie?

Molto presto.

Intorno ai due anni il bambino inizia a sviluppare una prima forma di autocoscienza: comprende di essere un individuo separato e di poter diventare oggetto dello sguardo altrui.

Un esempio classico è il riconoscimento della propria immagine allo specchio, considerato un passaggio evolutivo fondamentale in molti modelli psicologici.

Da quel momento non proviamo più soltanto emozioni “dirette”, ma iniziamo anche a chiederci:

“Come appaio agli altri?”
“Sto facendo bene?”
“Sono abbastanza?”
“Sarò giudicato?”

Iniziano così a comparire emozioni come vergogna, imbarazzo e senso di colpa.

Le emozioni parlano anche la lingua della cultura

C’è poi un aspetto molto affascinante: non tutte le emozioni vengono nominate allo stesso modo nel mondo.

Esistono parole intraducibili che descrivono esperienze emotive difficili da spiegare nella nostra lingua.

La neuroscienziata Lisa Feldman Barrett, attraverso il suo modello costruttivista delle emozioni, sostiene che il cervello utilizzi i concetti appresi nel tempo per interpretare ciò che accade nel corpo.

In altre parole: impariamo anche a “costruire” le emozioni attraverso il linguaggio, la cultura e le esperienze.

Ogni società offre un proprio vocabolario emotivo.

Mono no aware

Termine giapponese che descrive la malinconia dolce legata alla transitorietà delle cose.

Schadenfreude

Parola tedesca che indica il piacere provato davanti alla sfortuna altrui.
(Sì, il cervello umano a volte è un posto strano.)

Gezelligheid

Termine olandese che richiama il senso di calore, familiarità e intimità condivisa.

Questo significa che alcune emozioni vengono riconosciute e legittimate maggiormente in certe culture rispetto ad altre.

Dare un nome alle emozioni significa dare spazio a sé stessi

Riconoscere le proprie emozioni non significa diventare “perfettamente consapevoli” o saper spiegare sempre tutto.

Ciò che cambia è che iniziamo ad ascoltarci con maggiore autenticità.

A volte riusciremo a dire:

“Sono triste.”

Altre volte soltanto:

“Non lo so, ma sento che qualcosa dentro si sta muovendo.”

Si inizia così a diventare consapevoli delle proprie emozioni, entrando in contatto con la propria esperienza più autentica invece di vivere continuamente in modalità automatica; diventando un po’ più attori della propria vita e un po’ meno spettatori trascinati dagli eventi.

Il lavoro emotivo parte proprio dal concedersi il diritto di sentire, anche quando non abbiamo ancora le parole perfette per dirlo.

Bibliografia

  • Atlante delle emozioni umane – Tiffany Watt Smith, UTET
  • Come sono fatte le emozioni. La vita segreta del cervello – Giunti Editore

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