Quante volte, durante la giornata, sei davvero presente a quello che stai vivendo? Capita a tutti di attraversare le ore in modalità “pilota automatico”: si mangia pensando ad altro, si cammina con la testa già al prossimo impegno, si ascolta qualcuno senza sentirlo fino in fondo. Non è un difetto, è semplicemente quello che la mente fa quando è sovraccarica. Ma è anche il motivo per cui, a volte, ci si sente stanchi senza sapere bene perché.
Cosa significa, davvero, fermarsi
La mindfulness non è una tecnica magica né una moda del momento: è la capacità di portare l’attenzione a quello che sta accadendo, nel presente, senza il bisogno di giudicarlo o cambiarlo subito. Vuol dire accorgersi di un pensiero senza esserne travolti, notare una tensione nel corpo prima che diventi un nodo, restare un istante in più dentro un’emozione invece di scappare o reagire d’impulso.
Non è “svuotare la mente”, come spesso si pensa, e non è nemmeno smettere di provare quello che si prova. È imparare a starci dentro con più gentilezza, invece che con la fretta di uscirne.
Perché la uso spesso nel mio lavoro
Nell’esperienza che ho maturato accanto alle persone che incontro in studio, la mindfulness è uno strumento prezioso, soprattutto per chi convive con pensieri che si rincorrono o con un’ansia di fondo difficile da spegnere. Non toglie la difficoltà, ma cambia il modo in cui la si abita: aiuta a creare uno spazio piccolo, ma reale, tra quello che si prova e la reazione automatica che di solito ne segue. Ed è proprio in quello spazio che, spesso, si trova la possibilità di scegliere invece di subire.
Non serve un’ora di silenzio per cominciare
Una delle idee più diffuse, e più scoraggianti, è che la mindfulness richieda tempo, silenzio, una stanza tutta per sé. Non è così. Si può iniziare da un respiro consapevole prima di rispondere a un messaggio che ci ha infastiditi, da pochi minuti seduti in cui si nota semplicemente cosa si sta provando, dal modo in cui si beve un caffè la mattina, prestandoci davvero attenzione invece di berlo mentre la testa è già altrove. È una pratica che si allena un po’ alla volta, con costanza più che con perfezione.
Un percorso, non una prestazione
Capita spesso che chi la prova per la prima volta si senta “in difetto” perché i pensieri continuano ad arrivare comunque. È normale, ed è anche il punto: non si tratta di azzerare i pensieri, ma di cambiare la relazione che si ha con loro. Per questo, a volte, è utile non affrontarla da soli ma con una guida che aiuti a capire dove si sta andando e perché. Accanto alla mindfulness, con chi convive con una tensione più fisica, uso spesso anche il training autogeno: un’altra tecnica che mi sta molto a cuore, e a cui dedicherò un articolo tutto suo.
Se senti che la tua testa corre sempre un passo avanti a te, o che fatichi a stare semplicemente dove sei, la mindfulness può essere un buon punto di partenza. Non serve aspettare un momento di crisi per iniziare a prendersi cura di sé: a volte basta il desiderio di rallentare. Se vuoi capire se può essere utile per te, possiamo parlarne insieme in un primo colloquio.
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[…] a stare meglio. Nel mio lavoro uso diversi strumenti per accompagnare chi soffre di ansia: dalla mindfulness — che ti aiuta a osservare i pensieri senza esserne travolta — al training autogeno, […]